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Una di quelle riunioni dove il Creed si mescola all’odore di nicotina, quelle riunioni dove tutti hanno il Mac e sul tavolo in radica le donne appoggiano la Chanel e i managerini rampanti sfoderano la moleskine dal back pack Piquadro – che mi hanno regalato per il master – . “Acqua o caffe?” ti chiede una giovane ( e piuttosto figa) segretaria. Vorrei rispondere: “Un gin Tonic”, ma l’innato senso commerciale abbinato al senso di colpa cattolico mi esortano a richiedere una sana e pura acqua naturale e per far vedere che ho carattere, incalzo: “temperatura ambiente, se possibile…”. Inizia la riunione.  Non so bene quale sia stato il percorso astrale che mi ha condotto in una di quelle poche aziende rimaste in Italia dove vedi dipendenti vagare nei corridoi e la macchinetta per il badge cadenzare le vite degli esseri umani. Insomma mi trovo al meeting in qualità di consulente esterno con un contrattino di una manciata di ore (ottimamente retribuite) per integrare la macro strategia di comunicazione di una nota azienda che non vi posso comunicare per problemi di privacy, patti di non concorrenza, sti cazzi e GDPR….

Apre il capo. Uno che è stato delegato, credibile. Ha un bel curriculum, fa palestra quanto basta e snocciola subito quattro concetti chiave sul senso del meeting. Il resto della riunione lo passa con lo sguardo fisso sullo smartphone mettendo like su Instagram e, probabilmente, chattando con una bella figa: non certo la moglie. Insomma, il brainstorming parte con evidenti difficoltà poichè i membri del gruppo non portano  temi, piuttosto tengono a specificare cosa sono e quale è il loro senso nell’azienda. Tocca a me. Avevo preparato qualcosa prima della riunione ma all’istante decido di improvvisare e porto temi completamente distanti dalla linea logica che si stava per prospettare. Adoro questo giochino, lo faccio per fare un po’ incazzare gli astanti e solitamente mi riesce. Mi piace destabilizzare i gruppi, mi piace portare temi nuovi, utopie e visioni completamente distanti dall’oggetto. Il capo del marketing cerca subito di sottolineare il fatto che di base il mio committente è lui, di contro gli faccio capire che al massimo tra un’ora io sarò fuori da quell’inferno che odora di Creed. La responsabile delle Risorse Umane e l’aministratore delegato, tra una chat e l’altra fanno capire che il mio progetto è molto interessante. Anche se la cosa si dimostra frustrante per tutti i partecipanti, cervelloni aziendali… esco dalla riunione tra gli sguardi felici di quelli che contano. Questo a me basta. Sono anche felice del fatto che ho imparato una parola nuova. LOVEMARK. Esistono brand che cerano di fare mercato restituendo ai consumatori una sorta di vissuto morboso, non discutibile, emozionale. Compro perchè amo. Noi siamo un Love Brand.

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